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Trofeo Lombardia 1984-85-86
2010-11-12
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 G. S. Pedale Novatese

BICI_OLD

BRESCIA (il riscatto ?) 12/05/2013:
Per me la gran fondo delle valli bresciane, con partenza ed arrivo a Brescia, è una gara particolare. Le mie origini (da parte di padre) me la fanno sentire come la mia gran fondo perciò parto con la voglia di farla al meglio delle mie possibilità. Intendiamoci, niente risultati eclatanti ma semplicemente una bella prestazione, soprattutto dopo la sventurata prova di Marostica e con questo proposito mi incolonno per il via.  Qui una prima sorpresa. A causa dei troppi partecipanti (quasi 2500!) non trovo posto nella griglia di appartenenza e sono costretto a posizionarmi in coda.    “Poco male,” dico ad Alfredo che mi sembra nervoso per questo inconveniente, “saranno in pochi a superarci e, probabilmente, ne passeremo di più noi. C’è solo da fare bella figura partendo in coda.”   “E’ vero. Non ci avevo mai pensato.”   Mi fa eco un collega a fianco.  E allora via!    Percorrendo il primo tratto pianeggiante che, attraversando un lembo di Franciacorta, ci porterà ad Iseo passando tra lunghissimi filari di viti (per chi non lo sapesse la Franciacorta è terra di ottimi vini).    Mi godo il paesaggio grazie al sole, che oggi ci delizia della sua presenza, e ad una andatura alquanto controllata; sì perché dopo le sofferenze di 15 giorni fa ho deciso di fare un avvicinamento soft alle salite.  Soft o non soft ecco la prima erta di giornata: il Passo Tre Termini altrimenti detto, dalla gente del luogo, Polaveno (dal nome del paese in cima).  E’ veramente bella questa salita.
I primi tornanti ti consentono di deliziare gli occhi con la vista del Lago d’Iseo, che si allarga man mano che sale, e le sue torbiere. Poi addentrandosi, i colori dei prati ti accompagnano fino al passo che si raggiunge dopo quasi nove chilometri fatti su pendenze accessibili, anche ai meno preparati, ed un fondo stradale pressoché perfetto.   
Bella ed invitante è anche la discesa che porta all’abitato di Ponte Zanano e, quindi, in Val Trompia.  

        La Val Trompia…   Ho dei parenti a Gardone e provo un attimo di commozione quando passo l’incrocio dal quale si dirama la via dove abitavano i miei zii Gino e Emilia. Ora non ci sono più ma il loro ricordo mi accompagnerà per tutto l’attraversamento del paese.                                                                                Giunto a Brozzo preparo lo spirito per la seconda ascesa.                                     Infatti svolta a destra, attraversamento del ponte sul fiume Mella e parte la cronoscalata del Lodrino. Sono sette chilometri e rotti incastonati fra le montagne verdi che percorriamo in religioso silenzio.                                                                             Non è dura la salita ma sembra che ognuno di noi voglia passare senza disturbare.
Purtroppo il nostro incedere silente è disturbato dal rombo di moto che hanno scelto, a loro volta, di passare per quella strada il nostro stesso giorno; pazienza, pochi secondi e scompaiono.    Tale e tanto è il silenzio della salita, quanto divertente e chiassoso è il ristoro posto in cima.
Non è che io stia lì molto; il tempo di addentare mezza banana, rabboccare la borraccia con sali ed è tempo di rituffarsi in discesa.  Ma prima, care amiche e cari amici, lasciate che mi soffermi su una piccola scena vissuta proprio durante il passaggio nel paese di Lodrino; il saluto a tutti noi da parte di un bambino down.       Chi mi conosce sa quanto io sia sensibile a queste manifestazioni di gioia da parte di persone sfortunate che vedono un campione anche in un vecchio catenaccio quale io sono ed invito, anzi esorto, i miei colleghi a rispondere al saluto. Vi assicuro che ne vale la pena.  Okay?   Bando ai sentimentalismi e ributtiamoci nella gara.  Nella discesa che porta verso Casto, ed il bivio fra i due percorsi, mi bevo diversi colleghi un po’ timorosi disegnando, ma ormai non è una novità, traiettorie precise.   “Salita di Mura. Salvate le gambe!”    E’ il consiglio che un volontario dell’organizzazione ci manda con il megafono.  “Ma quale salvataggio delle gambe,” penso una volta iniziata la rampa malefica, “qui c’è da portar a casa la pelle.”    Sì perché la pur breve salita (tre chilometri) presenta per almeno un paio di chilometri pendenze che si aggirano attorno al 13/14%; per valicare questo ostacolo lo stile va a farsi benedire e per fortuna che al termine c’è il secondo ristoro. Chiedo lumi su ciò che ci sarà in seguito e riparto.       Per tornare verso la Val Sabbia il percorso presenta, ora, un lungo falsopiano che alterna boschi a qualche paesino viaggiando attorno agli 800-900 metri di quota.      Prima della picchiata verso Vestone c’è il terzo ristoro e qui incontro Mario. Ripartiamo insieme e con noi altri cinque, sei colleghi con i quali ci dirigiamo con un buon passo verso il traguardo che, ahimè, dista ancora parecchio.  Finita la discesa che, costeggiando il torrente Degnone, ci porta nella valle del fiume Chiese ecco la seconda sorpresa, anzi la sorpresona!     Veniamo investiti da un nubifragio che, oltre ad inzupparci per bene, abbassa la temperatura di parecchi gradi. Io, poi, non ho che i manicotti per coprirmi perciò non gradisco questo cambio climatico.   Ecc Mi dice Mario.      Andare dove? Sto lottando con il mio cronico mal di schiena e sto facendo di tutto per non sentire i crampi che hanno iniziato a manifestarsi sin dall’impennata di Mura.    “Figurati. La finiamo insieme.”   Forse alcuni di voi non lo sanno; forse altri non se ne sono mai accorti; ma poter contare anche solo sulla presenza di un compagno di squadra è moralmente importante. Ancor di più quando giunti al paese sono costretto a fermarmi per stirarmi un po’.   Mi dice Mario.   Chi non p….a in compagnia… Quindi ne approfitto anch’io.  Giungiamo in cima dove c’è l’ultimo ristoro e sembra che la pioggia voglia cessare.    Purtroppo è questione di pochi minuti poi giù di nuovo secchiate d’acqua.   “Proprio adesso che inizia la discesa!”  Penso. In ogni caso, dopo le prime curve d’approccio, mi getto superando abbondantemente i cinquanta chilometri orari. Mario, alle mie spalle, si fida della strada che faccio ed io mi sento più sicuro sapendolo, a sua volta, fiducioso in me.   A fine discesa restiamo in tre; diventiamo quattro quando raggiungiamo un collega che procede solitario.   “Attaccati a noi.”  Lo esorto, e così fa.        Siamo a Odolo e stiamo percorrendo la strada detta delle ferriere quando anche il temporale si manifesta. Qui c’è da fare un plauso agli organizzatori perché, grazie ai molti cartelli disseminati, non abbiamo mai esitazioni sulla strada da percorrere.  A proposito dell’organizzazione.  Permettetemi di rivolgere un pensiero a coloro, uomini, donne, ragazzini e ragazzine che ai ristori ed agli incroci si sono comunque prodigati per noi perché con quelle condizioni climatiche anche per loro è stato certamente difficile; a tutti loro va il mio grazie.   Torniamo alla gara perché passato Odolo c’è l’ultima asperità di giornata: il Colle di Sant’Eusebio. Lo aspettavo con ansia perché… No. Troppa fretta. Arriviamoci per gradi.   Attacchiamo la salita di buona lena, anche se per arrivare fin lì ci siamo alternati al comando del quartetto solo io e Mario, e riusciamo a passare ancora qualche collega in affanno. Quando la strada (bellissima sia per l’ampiezza che per il fondo) spiana, guardo il cielo e mi accorgo che verso est c’è il sole. Ecco il momento!  Guardo, ora, davanti e trovo il varco fra le piante che mi permette di vedere il Lago di Garda.       Forse in bicicletta sono troppo passionale o forse sto diventando vecchio ma, credetemi amici, pensare di ammirare, seppur per pochi secondi, il Garda da così lontano mi fa pensare che è proprio per godere di paesaggi come questo che mi sobbarco fatiche forse un po’ eccessive per i miei limiti.    Comunque anche il grande Benaco passa ed inizia la discesa, e con essa gli ultimi venti chilometri. Giù in picchiata con la grandine, che sembra volermi forare la faccia, e battendo i denti; mani e gambe sono violacee ma che importa? Io filo a sessanta chilometri orari.  Terminata la discesa io e Mario continuiamo ad alternarci ed il sole è finalmente ritornato per illuminarci gli ultimi chilometri.    L’arrivo.  Stanco ma felice taglio il traguardo.  Questa volta non sono giunto allo stremo delle forze. No. Questa volta con un pizzico di criterio, e qualche chilometro di allenamento in più, sono riuscito a portare a termine una gara alquanto impegnativa (mi han detto che erano più di 3100 metri di dislivello) ma invitante per il paesaggio incontrato. L’affidabilità dimostrata da Chiara nelle diverse discese (non so più se sono io o la bicicletta a disegnare le traiettorie) e la fiducia riposta in me da un compagno di squadra sono incentivi per continuare con più entusiasmo nelle diverse prove che ancora mi attendono.   Un’ ultimo pensiero permettetemi di rivolgerlo a Maurizio che, caduto a Gardone, ha riportato la frattura dell’acetabolo (osso dalla parte del bacino) e ne avrà per un mesetto: FORZA MAURIZIO, TI VOGLIO RIVEDERE CON L’ENTUSIASMO DI PRIMA.